Dopo e oltre il 25 novembre

Mezzo milione di persone in piazza a Roma nella giornata per l’eliminazione della violenza contro le donne: limiti e potenzialità di una mobilitazione di massa


Dopo e oltre il 25 novembre

Nella giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne di sabato scorso, solo a Roma sono scese in piazza mezzo milione di persone e moltissime migliaia hanno riempito le strade in diverse altre città del Paese, da Messina a Torino. Il colpo d’occhio del raduno al Circo Massimo era impressionante, così come la frizzantezza e la varietà della piazza che ha raccolto e intercettato la mobilitazione di singoli individui, gruppi, organizzazioni di varia natura. Impossibile non compiacersi di un tale livello di partecipazione di massa ed altrettanto impossibile non domandarsi cosa abbia questa piazza di diverso e di particolare, in grado di stimolare un così elevato grado di sensibilizzazione. La piattaforma di convocazione è partita, come da otto anni in questa data, da Non una di meno incentrando la mobilitazione sulla necessità di non limitarsi ad una sterile commemorazione delle vittime ma di reagire contro la violenza subita dalle donne, identificando nel sistema patriarcale il nemico da abbattere attraverso l’implementazione non più aggirabile di strumenti economici e socio-culturali (leggi sull’educazione all’affettività, sul reddito di autodeterminazione, interventi sulle garanzie per il diritto all’abitare e al welfare anche per donne e situazioni non direttamente collegate all’esistenza di una famiglia per dare, ad esempio, una possibilità concreta alle vittime di violenza di sottrarsi al perpetuarsi di queste situazioni a causa dell’assenza di un rifugio alternativo sicuro ed accessibile, ripristino della sanità pubblica e dell’accesso effettivo al diritto di aborto) ma anche attraverso la denuncia del carattere repressivo, razzista, opprimente e colonialista del governo che, in Italia, percorre la strada della criminalizzazione della povertà e delle fasce sociali marginali e, sul piano internazionale, fiancheggia le peggiori politiche militariste finanziando l’invio delle armi. A tal proposito, aprendo una breve parentesi, vale la pena notare un fatto molto importante e cioè che durante quest’ultimo anno ed in particolare nel corso degli ultimi mesi si è registrato un aumento quantitativo delle mobilitazioni su diversi fronti da quello economico a quello sociale. Ci sono stati gli scioperi contro la finanziaria indetti dalla CGIL, le manifestazioni per la pace e contro l’invio delle armi in Ucraina, le manifestazioni per la Palestina e quest’ultima oceanica manifestazione contro il patriarcato. Tutti tasselli particolari di un mosaico di lotte che più o meno spontaneamente va a comporsi e ci descrive la scena di rifiuto delle più reazionarie politiche capitaliste del nostro tempo. Certo forse vedo i fatti con la lente dell’ottimismo e il mosaico è ancora di la da compiersi e definirsi nella sua organicità ma, specie quest’ultima manifestazione ha mostrato i segni importanti di uno sviluppo anche al livello qualitativo della lotta di classe contro il patriarcato. Importantissima, infatti, è stata la connessione con la denuncia del genocidio in corso in Palestina che, nel comunicato, è riportata come segue: “lo stato Italiano deve smetterla di essere complice di genocidi in tutto il mondo e schierandosi in aperto supporto dello stato coloniale di Israele, appoggia di fatto il genocidio in corso del popolo Palestinese”. Una presa di posizione chiara delle organizzatrici su cui, di fatto, mezzo milione di persone si sono radunate in maniera consapevole, con buona pace dei politicanti nostrani dei loro pennivendoli che sono inorriditi di fronte allo sventolare di centinaia di bandiere palestinesi nel corteo di sabato scorso, fingendo di non capirne il senso e soprattutto fingendo di non vedere da che parte sta la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica sull’argomento della guerra, dell’invio delle armi e del sostegno allo stato israeliano. Immediato è stato infatti il tentativo da parte dei media di svilire la portata importantissima di questa connessione di temi, parlando di scelte “poco bipatrisan” che avrebbero provocato le “assenze giustificate” dei partiti che invece avrebbero gradito dei “distinguo” sull’appoggio alla resistenza palestinese che “prendessero le distanze” e condannassero le azioni di Hamas del 7 ottobre scorso. C’è da chiedersi quando abbiano invece intenzione loro di fare i conti con il netto posizionamento di massa che ha dimostrato in questa occasione come nelle precedenti (ricordiamo il partecipatissimo corteo nazionale per la liberazione della Palestina del 28 ottobre scorso, così come le centinaia di cortei che stanno radunando migliaia e migliaia di persone in tutte il mondo a sostegno del popolo palestinese) la consapevolezza diffusa che, quanto accaduto il 7 ottobre, abbia dei chiari responsabili e ben individuabili nella violentissima occupazione israeliana con il conseguente apartheid instaurato da 70 anni a questa parte, nonchè nella connivenza omertosa della comunità internazionale che chiude gli occhi su questo genocidio in corso da decenni. In connessione con la giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne si sono radunati anche numerosissimi gruppi provenienti dal mondo dell’associazionismo, della scuola, ma anche movimenti come i Fridays for future che hanno contribuito attraverso l’esplicitazione della connessione esistente tra cambiamenti climatici e il loro effetto devastante in primis nei confronti delle persone e delle donne costrette a lasciare la propria casa o il proprio paese a causa dei cambiamenti negativi nell'ambiente dovuti al surriscaldamento del pianeta: si tratta dei c.d. rifugiati climatici e, spesso, soprattutto in Paesi disagiati come quelli del Sahel dove l’emigrazione maschile è già ai massimi livelli, sono le donne le prime vittime del cambiamento climatico che le costringe a spostarsi in altre zone meno desertificate, perdendo così il proprio radicamento e il diritto per esempio di studiare e provare ad emanciparsi, dovendosi tornare ad occupare di garantire a sé e alle proprie famiglie la mera sopravvivenza in condizioni (anche) climatiche sempre più ostili. Certamente il mosaico manca ancora di alcuni tasselli e fatta salva la consapevolezza del pink, rainbow e green washing operato dal capitalismo neoliberale, tale insistenza omnicomprensiva sul patriarcato mi pare essere una impostazione, per così dire, “strutturale” da parte di NUDM che, tuttavia, per quanto possa avere un fondamento con riguardo alla genesi (e in parte al perpetuarsi) delle forme di violenza ed oppressione di genere, ha il demerito di non spiegare appieno il motivo per cui oggi, nelle nostre società complesse in cui il potere nelle sue più alte sfere non è più (solo) rappresentato e trasmesso dai patriarchi, queste forme di oppressione culturale non vengano ancora superate o, peggio ancora, siano spesso incarnate proprio da soggetti che ne dovrebbero essere teoricamente le vittime: le spietate politiche di donne come Margareth Thatcher o, per arrivare ad esempi più recenti, quelle delle Angela Merkel e delle Ursula Von der Leyen che hanno enormemente impoverito i paesi del sud Europa per ingrassare quelli nel nord (che poi danno dei PIGS ai primi), le  guardie delle politiche di austerità come le Christine Lagarde, le fascistoidi asservite alla NATO come Giorgia Meloni o le socialdemocratiche asservite alla NATO come le Sanna Marin, le Suella Braveman, non solo serve delle maestà inglesi, ma che costruiscono una intera carriera politica su tutti i valori conservatori per i quali sarebbero state proprio le prime vittime scarificali nonché sulla lotta contro gli immigrati, da cui peraltro discendono, le donne imprenditrici-sfruttatrici come le Marina Berlusconi, le Marcegaglia, o ancora uomini dichiaratamente omosessuali, come Tim Cook alla guida della Apple, che nonostante guadagnino 1.447 volte la cifra di un dipendente medio della azienda che dirigono, non hanno alcun problema a vessare (col sorriso, s’intende, il business di oggi ti sfrutta e ti prende per il culo così, con il tuo consenso divertito e il tuo “grazie”) gli aspiranti dipendenti con oltre dieci colloqui di lavoro e domande ridicole e completamente svincolate dalla preparazione per il posto per cui si candidano. Stoppo l’elenco a questa manciata di esempi perché potrebbe continuare a lungo ma il punto è: se il nemico delle donne e delle comunità LGBTIQ+ o migranti è solo e unicamente il patriarcato, perché dovrebbero esistere allora donne ed esponenti di queste comunità che, per definizione, dovrebbero portare la loro secolare oppressione sulla pelle ed invece, emancipandosi, poi portano avanti a loro volta quelle stesse politiche di violenza e sfruttamento sulle loro sorelle, sui loro fratelli? Perché è il capitale che, a seconda delle proprie strutturali esigenze di sfruttamento economico, e nel contesto della lotta di classe, sancisce quali vestigia del modello patriarcale, schiavistico, razzista e colonialista abbandonare o  superare, in tutto o in parte, allo scopo di liberare il potenziale economico rappresentato da alcune categorie di soggetti storicamente soggiogati alla storica supremazia autoproclamata dell’uomo-eterosessuale-occidentale (che era e resta tale in ragione dei rapporti di forza strutturali dovuti all’espansione del capitale nella sua fase imperialistica): così è accaduto con l’inclusione delle donne nella capacità di voto, nella produzione economica e sociale e infine nella “liberalizzazione” dei costumi, allo stesso modo si è proceduto nell’”accettazione” sociale delle persone con un colore della pelle diverso dal bianco e con un orientamento sessuale diverso da quello etero. Le lotte sociali portate avanti da queste categorie di oppressi sono state fondamentali, ovviamente, per addivenire a questa prima – ma pur sempre parziale – emancipazione che ha consentito quantomeno lo sdoganarsi dei sacrosanti diritti di donne, comunità LGBTIQ+, migranti ecc. Ma perché avvenga la reale e totale emancipazione dalla doppia oppressione (quella di classe, e quella di genere) serve necessariamente operare un salto di qualità nella presa di coscienza dell’attuale e principale nemico da combattere. È infatti ancora il capitale che, laddove conservi ancora le putride vestigia dell’oppressione patriarcale e razzista – e lo fa, in particolar modo, non “pubblicamente” ma ad un livello “basso”, tra le persone comuni, favorendo subdolamente il dilagare degli aspetti più violenti attraverso meccanismi di cui ho parlato già in questo articolo della scorsa settimana – lo fa per continuare a foraggiare le divisioni e le discriminazioni che impediscono a tutte e tutti coloro che sono da esso sfruttati di vedere tale fondamentale comunanza di destino, di imparare a unire gli sforzi per abbatterlo. Da questa presa di coscienza, dalla fine del lavoro capitalisticamente sfruttato, emergerà il sostrato necessario per raggiungere un vero e sostanziale cambiamento culturale che possa efficacemente portare al definitivo superamento dei valori e delle logiche patriarcali e neocolonialiste.

 

Infine sono convinta che quegli uomini che si sono sentiti coinvolti da questa mobilitazione sulla base del fatto che la violenza sulle donne sia solo femminicidio, violenza domestica ecc. e che “si tratta di rieducare tutti gli uomini in quanto è un problema unicamente ed esclusivamente di genere” (come ho sentito anche in questa video intervista), pur nella genuinità delle loro intuizioni sulla natura quasi sempre maschile della violenza sulle donne, in realtà sbaglino proprio perché il problema non è né unicamente né esclusivamente una questione di genere ma, come abbiamo già mostrato, una questione complessa che genera infinite intersezioni tra diversi livelli di oppressione che, in questa fase dominata dal capitalismo nella sua fase imperialistica, convergono e si amplificano nell’oppressione di classe che accomuna tutte e tutti. La quasi spontanea creazione di collegamenti tra lotte apparentemente diverse ma che trovano in queste piazze le vie per riunificarsi, mostrano proprio che questa potenzialità non è affatto casuale così come non lo è l’ampia mobilitazione che ne è scaturita, ma che è germogliata nelle persone, soprattutto quelle che vivono la “doppia oppressione” di classe e di genere, la consapevolezza di poter rappresentare il motore del cambiamento necessario.

 

01/12/2023 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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