Sulla manifestazione del 5 aprile

Allargare il campo della battaglia, cogliere le contraddizioni del blocco storico al potere e costruire un politica manovrata. La rivoluzione in occidente nella sua fase di guerra di posizione ha sempre tra i suoi obiettivi l’egemonia sui ceti medi e sulla oscillante piccola borghesia.


Sulla manifestazione del 5 aprile

L’ascesa alla presidenza degli Usa da parte di Donald Trump ha acuito, spingendole fino all’estremo della barbarie tutte le contraddizioni latenti tra poli imperialisti che si nascondevano dietro la categoria retorica ed edificante dell’unità dell’occidente nel sostegno incondizionato all’Ucraina. Ponendosi come ipotetico mediatore tra Russia e Ucraina – in funzione di un’accresciuta aggressività verso i palestinesi, L’Iran ed in prospettiva futura verso il pacifico e la Cina – ha mandato completamente in crisi tutte le diplomazie europee ormai prive del cappello protettivo dell’alleato più forte e costrette, di fronte all’opinione pubblica, a rendere manifesti i loro reali obiettivi guerrafondai, sia dal punto di vista del riarmo che delle intenzioni belliciste verso la Russia. La reazione scomposta di Francia e Germania (ma più in generale delle elitè finanziarie che influenzano le decisioni dell’UE si è concretizzata in un folle piano di riarmo di 800 miliardi di Euro da destinare ai singoli paesi attraverso gli strumenti di politica finanziaria precedentemente elaborati durante la pandemia (recovery found ed altri strumenti di politica finanziaria). Nel panorama istituzionale italiano la forza politica che, anche con una serie di contraddizioni, si è più battuta contro il piano di riarmo è stato, indubbiamente, il Movimento 5 stelle che, interpretando i malumori della piccola borghesia impoverita (che covavano da tempo) e di una parte della classe lavoratrice si è fatto portavoce di questi sentimenti lanciando subito una manifestazione contro il piano di riarmo e per l’investimento in spesa sociale per la giornata del 5 aprile.

D’altro canto il quotidiano “La Repubblica”, cavalcando, invece, le paure ed i timori del ceto medio di fronte all’indebolimento dell’Unione Europea nello scenario internazionale, si è fatta interprete delle pulsioni bellicistiche delle classi dominanti dell’Ue – pur senza affermarlo esplicitamente – cercando di coinvolgere l’opinione pubblica verso un nuovo nazionalismo di stampo europeista razzista e russofobico. L’iniziativa lanciata dal quotidiano “Repubblica”, dovendo fare i conti con un sentimento genericamente pacifista di una parte dei ceti medi e della classe lavoratrice ha ingenerato una grande confusione. Da una parte la sinistra di classe ha giustamente smascherato l’operazione dichiarando che non avrebbe mai partecipato ad una manifestazione chiamata con subdoli intenti guerrafondai, dando un appuntamento alternativo a piazza Barberini e riuscendo a mobilitare in pochi giorni alcune migliaia di manifestanti; dall’altro lato la pressione dei settori popolari in CGIL, nell’Anpi e nell’Arci ha costretto queste organizzazioni ad assumere – anche se con diverse forme e modalità (più avanzate l’Arci, più contradditorie la CGIL e l’ANPI) – una posizione ambigua, incerta – frutto delle contraddizioni reali tra le componenti che operano in queste organizzazioni di massa. La posizione della CGIL si è contraddistinta nel partecipare alla manifestazione indetta da Michele Serra ma con le bandiere della pace; il che ha prodotto una grande confusione per cui in una piazza chiamata con intenti bellicisti una parte dei manifestanti sono andati con le bandiere della pace.  

Come collettivo “La Città Futura” abbiamo lavorato in due direzioni: da una parte abbiamo contrastato in tutte le sedi in cui operiamo l’operazione bellicista lanciata da Michele Serra, dall’altra ci siamo impegnati – attraverso un appello scritto con Angelo D’orsi – ad allargare il più possibile la partecipazione alla manifestazione del 5 Aprile ben oltre i limiti angusti di una semplice manifestazione di partito.

Abbiamo condiviso questa linea in generale con Multipopolare e l’assemblea del 29 Marzo “Tutti a casa” e con tutte quelle forze della sinistra di classe che hanno avuto il coraggio e la lucidità di accettare questa sfida: da Rifondazione Comunista al partito dei CARC, alle molteplici organizzazioni della sinistra di classe che hanno saputo mettersi in gioco, rompendo gli steccati tradizionali e tentando di aprirsi ad una lunga e difficile lotta per l’egemonia che si sta aprendo in questa fase.

D’altro canto mi permetto di criticare tutte quelle forze che si dichiarano pacifiste ma che, per opposte ragioni e con motivi anche formalmente comprensibili, si rifiutano di mettersi in gioco. Su questo piano c’è una particolare convergenza tra i duri e puri di sinistra la cui posizione si può riassumere nella profezia che si autoavvera:“ Conte tradirà quindi non ci dobbiamo contaminare con la sua posizione”, la sinistra riformista: “non ci possiamo fidare dei Cinque Stelle sono troppo populisti” e l’area nazional-complottista la cui posizione si può riassumere in questi termini “ Conte non è abbastanza antieuropeo, ha tradito sul sovranismo, quindi io non scenderò mai in piazza con lui”.

Appare altrettanto rischiosa in questa fase quella posizione rischiosamente settaria che partendo dalla giusta critica della piazza del 15 marzo convocata da Serra ne fa derivare meccanicisticamente uno spartiacque storico e politico: chi stava a piazza del popolo è guerrafondaio e non ci si può avere più nulla a che fare e chi stava a piazza Barberini è pacifista e unico compagno di strada. Anche se tracciamo linee immaginarie sulla carta e spartiacque ideologici e politici nella nostra testa, queste chiarificazioni non possono e non potranno che rimanere nella carta -la quale certamente non protesta e sopporta tutte le più ardite prese di posizione- mentre la realtà non potrà che rimanere complessa, intrecciata e confusa ed è proprio in questo dominio della confusione che bisogna organizzare una posizione e una battaglia complessa per l’egemonia che pone nel mirino le contraddizioni del campo avverso per farle esplodere e non al contrario agire in modo da compattarle . L’egemonia sui ceti medi oscillanti e sulla piccola borghesia è fondamentale nella guerra contro la grande borghesia, ma l’azione egemonica è complessa perché separa, differenzia, coglie le sfumature e non semplifica, si trascina appresso un’azione politica che fa leva sulle contraddizioni del campo avverso.  Il momento della semplificazione è proprio dell’atto finale del momento di passaggio dalla guerra di posizione alla guerra di movimento quando cioè le classi subalterne divengono un soggetto storico per sé. Ma fino a quel punto e durante la dura guerra di posizione la politica è complessa, manovrata, vive nella dialettica tra una chiara linea di classe e un’acuta politica delle alleanze.

Spesso l’area di sinistra è molto più abile a scovare le contraddizioni nel proprio campo che in quello avverso: l’ala liberal-socialista, attraverso il quotidiano “Il Manifesto” critica le posizioni di chi sostiene la manifestazione (ed in particolare Ottolina Tv) accusandola di rossobrunismo, mentre, dal lato opposto, le posizioni più vicine al rossobrunismo non condividono la scelta di aderire alla manifestazione perché ambigua e troppo collaterale con il pensiero di sinistra.

La posizione di chi sostiene queste tesi, pur tenendo in considerazione le dovute differenze, a mio avviso, si traduce in un atteggiamento di rendita di posizione, in un approccio mentale di chi sta a guardare, di chi ha paura di sporcarsi le mani, di affrontare le contraddizioni profonde, interne al popolo e non vuole misurarsi con il durissimo lavoro di lotta per l’egemonia culturale che va compiuto dentro le nostre classi di riferimento.

Siamo noi i primi a riconoscere il carattere confuso, ondivago e contraddittorio del Movimento Cinque Stelle in questi anni. Il primo dato che salta agli occhi è la sua totale assenza dai luoghi di lavoro, l’incapacità di strutturarsi organicamente nei settori sociali sviluppandone la conflittualità: il suo riferimento alle classi popolari è generico, immediato e, di conseguenza piccolo-borghese. Nonostante ciò il movimento Cinque stelle riflette meglio di tutte le altre forze politiche gli umori e la passività di ampi strati della popolazione aggredita da una politica ultra oligarchica e feroce portata avanti dalle classi dominanti in questi anni. E’ proprio in virtù di questa incompatibilità tra gli interessi materiali dei suoi elettori e la feroce politica oligarchica portata avanti dal capitale finanziario oligopolistico di Bruxelles e Washington che le posizioni del Movimento Cinque Stelle appaiono spesso scomode, incompatibili, nonostante il loro tratto di relativa moderazione; ma è proprio in virtù di queste contraddizioni che i comunisti debbono portare anche in quel mondo le loro posizioni, allargando e radicalizzando il nesso tra la guerra e le questioni sociali, ponendo la necessità del conflitto sociale come chiave di volta per un efficace e duratura lotta contro le oscure nubi di guerra che si affacciano all’orizzonte.

La priorità per noi, in questo momento, non è vivere di una piccola rendita di posizione ma di porre al servizio di settori più vasti della popolazione le nostre parole d’ordine ma anche di favorire il massimo di visibilità a quelle posizioni che, contrastando decisamente ogni forma di subalternità al trumpismo, rivendicano una chiara critica alle politiche di riarmo in Europa. Allargare la manifestazione a quelle forze di sinistra che provano a praticare tutti i giorni il conflitto sociale significa, a nostro avviso, conferire con quella piazza su posizioni autonome, accrescere qualitativamente e quantitativamente il senso di quella manifestazione approfondendone i contenuti, sviluppandone le potenzialità, tentando costantemente di uscire da quel recinto di divisioni ed incomunicabilità in cui la borghesia ci vuole perennemente ricacciare.

Per questa ragione non abbiamo alcuna intenzione di collocarci dentro lo spezzone del Cinque Stelle ma al contrario, auspicheremo che tutte le forze di classe che partecipano alla manifestazione, pur nel rispetto delle differenze, provassero a definire uno spazio comune all’interno del quale è possibile esprimere posizioni più nette e radicali rispetto a quelle di Conte. Sappiamo che questo percorso è difficile e risente degli schematismi e delle differenze d’approccio tra un movimento nato da poco come “Tutti a Casa” il quale esprime una plasticità, una pluralità di posizioni -a volte anche delle inevitabili ambiguità proprie di chi vuole aprirsi- ed una voglia di contaminazione che non è sempre compatibile con organizzazioni politiche più o meno strutturate appartenenti alla sinistra di classe. Queste ultime riflettono una tradizione ed una posizione più definita; e tuttavia, tutte queste realtà si sono dovute misurare con la sfida lanciata dal Movimento Cinque Stelle e non l’hanno fatto perché s’identificavano con le posizioni di Conte ma l’hanno fatto per entrare in contatto con una parte dei settori popolari, per un’affinità empatica con quegli uomini e quelle donne che saranno presenti li per dire no alla guerra e più fondi per le spese sociali. Auspichiamo che, pur mantenendo le strutturali differenze e di approccio che contraddistingueranno, anche fisicamente, questi settori, non si pregiudichi l’idea di manifestare il senso e la volontà di un vero allargamento sociale e politico della manifestazione del 5 Aprile.

04/04/2025 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Francesco Cori

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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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