Controstoria del medioevo, II incontro: Il feudalesimo

Mercoledì 13 settembre, dalle ore 18 alle 20,15, seconda lezione del corso di storia e filosofia: Controstoria del medioevo, introdotto dal prof. Renato Caputo per l’Università popolare Antonio Gramsci. Nell’incontro (diretta facebook https://www.facebook.com/unigramsci/, in videoconferenza per i membri dell’Unigramsci e gli interessati, in differita su youtube) si affronterà, in un’ottica marxista, il feudalesimo.


Controstoria del medioevo, II incontro: Il feudalesimo

Mercoledì 13 settembre, alle ore 18, avrà luogo il secondo incontro del corso: controstoria della filosofia e della storia, introdotto dal prof. Renato Caputo, dedicato all’analisi in una prospettiva marxista del feudalesimo. Per una introduzione al corso, in cui si chiariscono le motivazioni che hanno portato alla scelta del tema, rinvio all’articolo: Le ragioni di una controstoria del medioevo pubblicato in questo settimanale. Di seguito potete leggere una versione sintetica dei temi che saranno affrontati e discussi nel secondo incontro, al quale si potrà partecipare in diretta facebook https://www.facebook.com/unigramsci/ o in videoconferenza per i membri dell’Unigramsci o per chi ne farà richiesta. Il video del corso sarà disponibile nei giorni successivi sul canale youtube dell’Università popolare Antonio Gramsci, sulla pagina facebook e sul sito.

La genesi del feudalesimo

La derivazione della parola è incerta, forse viene da feus, termine franco che significa sia bestiame che possesso. Il concetto di feudalesimo è legato all’idea di servitù e a immagini di prepotenza: non più una legge uguale per tutti, in quanto tutto è lasciato all’arbitrio del feudatario: si afferma la dipendenza dell’uomo dall’uomo. Tale processo è favorito dal crollo dell’impero carolingio, dalla minaccia delle invasioni, dalla ruralizzazione dell’economia, dalla contrazione dei traffici. Il feudalesimo è fondato sul vincolo che la paura e la fame favorisce tra il potente e il debole.

La signoria rurale

Nell’assenza di ogni autorità pubblica, tra il dominus e le plebi contadine si stabilisce un rapporto di scambio ineguale: il signore dispone della forza-lavoro, i contadini in cambio delle molte corvées (giornate di lavoro gratuite) e dell’obbedienza hanno protezione.

Il vassallaggio e il beneficio

Il vassallaggio (vassaticum) è un antico costume germanico già noto a Tacito: gli uomini d’arme, giunti alla maggiore età, giurano fedeltà fino alla morte a un nobile guerriero. Questo legame di dipendenza personale è largamente usato dalla monarchia franca; coi tempi si configura come un contratto tra il signore, che concede la protezione, e il vassallo che promette servizio e fedeltà nel rito dell’omaggio con cui diventava il suo homo. La base reale del vassallaggio è il beneficio (concessione temporanea e revocabile di un bene in cambio di un servizio), pensiamo alla costellazione di contee e marche concesse da Carlo Magno ai suoi fedeli. La fusione di vassallaggio e beneficio ha un’importanza storica enorme: nell’organizzazione dello Stato l’esercizio dei pubblici poteri è condizionato da un rapporto di dipendenza da privato a privato, da un legame connesso a interessi reali, ovvero dal rapporto feudale.

Il “feudalesimo vero e proprio”

Nella prima età feudale, nei secoli X e XI, i benefici concessi dal sovrano tendono a trasformarsi in feudi. Nella seconda età feudale, nei secoli XII e XIII, le grandi monarchie (Francia, Inghilterra, Spagna e Germania) fonderanno il loro potere sul controllo delle gerarchie feudali. Il feudo si assesta quando è suggellato dalla elargizione regia dell’immunità: il re rinunzia a esercitare i suoi diritti sul grande feudo e il signore, ottenuta l’immunità, impone tasse, arruola eserciti, amministra la giustizia, batte moneta, insomma assolve alle prerogative della sovranità.

La gerarchia feudale

I vassalli del re possono assegnare parte delle terre avute in feudo in analoghi obblighi di vassallaggio e così via (valvassori e valvassini). Si forma così una gerarchia, in cui ogni beneficiario è vincolato esclusivamente al suo signore (il re può chiedere obbedienza solo ai suoi vassalli, che a loro volta richiedono obbedienza ai valvassori, ecc.) rendendo molto complicata la catena di rapporti e l’adempimento del vincolo di fedeltà (addirittura si può essere “fedeli” a più signori). 

I grandi feudi diventano ereditari

I grandi feudatari fanno di tutto per rendere i loro feudi ereditari, finché Carlo il Calvo, arrendendosi a un costume ormai affermatosi, sancisce con il Capitolare di Kiersy (nel 877) l’ereditarietà dei feudi maggiori. Il feudo si trasforma in patrimonio del vassallo, l’obbedienza e la fedeltà al sovrano divengono aleatorie.

Una società di ordini

Riattivata nell’XI secolo la teoria dei tre ordini (formulata in tempi antichissimi) era funzionale ai bisogni della società: i sacerdoti (coloro che pregano), i guerrieri (coloro che combattono), i contadini (coloro che lavorano); questa rappresentazione è atta a giustificare i ruoli dell’obbedienza e del comando. 

I primi segni della rinascita si colgono tuttavia già nel X secolo grazie alla riappropriazione degli spazi agrari e al rinnovamento delle colture (processo che si concluderà alla fine del XIII secolo). I borghi dell’Italia e delle Fiandre mostrano i primi barlumi di ripresa.

L’attacco all’occidente cristiano nei secoli IX e X

L’occidente cristiano, con il crollo dell’impero carolingio, tocca il punto più basso della sua crisi, segnata dal disordine sociale e dall’anarchia feudale. Dal nord scandinavo i vichinghi e dall’est gli Ungari fanno dell’Occidente terra di conquista. Il regno italico è una regione di frontiera tra Bisanzio (che governa Calabria e Puglia) e Islam (i saraceni tra l’827 e il 902 invadono la Sicilia e sottopongono la penisola a continue incursioni). L’occidente sopravvive all’urto anche se inferiore militarmente, grazie a fortificazioni e cavalleria corazzata. Le invasioni, nel lungo periodo, indebolendo i vincoli di dipendenza delle signorie rurali, consentiranno d’imbrigliare le tendenze anarchico-disgregatrici del feudalesimo, che diverranno un elemento costitutivo della formazione delle monarchie nazionali a partire dai secoli X e XI.

Le immigrazioni normanne

I Normanni originano da due ceppi: i Vichinghi (danesi e norvegesi) e i Variaghi (svedesi), rimasti fuori dal contatto con la civiltà romano-cristiana nei primi secoli del Medioevo. Hanno familiarità con il mare: sbarcano, saccheggiano e ripartono suscitando terrore, raggiungendo anche il nord America. Nel 911 i danesi si stabiliscono nella terra che poi prese da loro il nome di Normandia e adottano la religione dei franchi. Si spingono in seguito verso l’Inghilterra e l’Italia meridionale. I Variaghi arrivano fino in Russia.

Le invasioni ungare

Nel X secolo si contano circa trenta invasioni ungare. Sono messe al sacco la Baviera, Pavia, la Valle del Po, la Renania e la Lorena. Gli ungari sono una popolazione seminomade d’origine turco-mongolica che si stabilisce in Pannonia (Ungheria). Sono arrestati da Enrico L’uccellatore e Ottone I di Sassonia tra il 933 e il 955. Intorno all’anno Mille si danno ordinamenti civili e si convertono al cristianesimo.

L’offensiva dei saraceni

Il IX secolo è segnato dal grande slancio dell’espansione musulmana (dai Pirenei al Caucaso con la dinastia degli Omayyadi). Nel X l’espansione si rivolge soprattutto a Oriente (con la dinastia degli Abbasidi). Mentre la lotta all’Occidente è combattuta da potentati locali, come l’emirato di Tunisi che nel 902 strappa la Sicilia ai bizantini, da qui partono scorrerie e piraterie su tutta la penisola.

La mappa dei poteri nell’Europa dell’XI secolo

Quadro geopolitico dell’Europa nell’anno mille 

L’Europa centro-occidentale è cattolica, l’Europa orientale sotto l’egemonia dell’Impero bizantino è ortodossa. Lo Scisma nella chiesa cristiana si è consumato nel 1054. A sud premono gli Arabi, che sono musulmani. Nonostante le divisioni religiose e culturali non mancano contatti e scambi.

Focus sull’Italia

Il paese è diviso nel Regno d’Italia al nord, nei domini Bizantini (Napoli, Puglia e Calabria) e arabi (Sicilia) al sud, nei domini longobardi, con in particolare il ducato di Benevento. Al centro della penisola abbiamo lo Stato Pontificio, uno Stato di dimensioni modeste, ma di un’importanza politica enorme, perché rappresenta un potere universale (il termine “cattolico” deriva dal greco e significa appunto “universale”).

La Chiesa era concepita come un’istituzione creata per volontà divina e che rappresentava l’intera società dei cristiani (dal vescovo al contadino). “Cristianità” in senso lato rappresentava tutte le terre abitate dai cristiani, in senso stretto l’insieme dei paesi europei che riconoscevano l’autorità del papa. Il papa si riteneva custode della vera fede e si poneva al di sopra degli altri vescovi, giustificando tale pretesa sui poteri dati da Cristo a Pietro, di cui si riteneva l’erede. Il papa non poteva essere giudicato, egli non faceva parte della chiesa, ma la chiesa dipendeva da lui; il suo era un potere teocratico ovvero aveva origine divina e non umana.

La teocrazia

Il potere era concepito dall’alto al basso, da Dio alle istituzioni terrene. Per il papa anche i sovrani dovevano sottostare al potere del papa in quanto cristiani e il loro compito era quello di sradicare il male, cosa fosse il male (a cominciare dalle eresie) lo stabiliva il pontefice, i sovrani erano da lui considerati come i suoi organi ausiliari. 

La falsa donazione di Costantino

La legittimità del potere temporale del papa sullo Stato pontificio gli era data dalla (falsa) donazione di Costantino (il quale avrebbe donato a Papa Silvestro tutte le terre d’occidente, in realtà risale non al IV ma all’VIII secolo, nell’epoca della dominazione longobarda). 

Lo Stato pontificio 

Il papa dirigeva una struttura complessa, la curia romana, che era costituita: 1. dal Collegio dei cardinali scelti dal papa tra i membri dell’aristocrazia locale che eleggevano il pontefice (dopo il dictatus papae 1075, prima era eletto per acclamazione) e avevano incarichi diplomatici; 2. dalla camera apostolica che si occupava dell’amministrazione delle finanze e 3. dalla cancelleria che redigeva e custodiva gli atti papali (importante: l’archivio costituiva una miniera ideologica per le scelte di governo). Tutto ciò richiedeva ingenti risorse e la chiesa se le procurava grazie ai contributi degli stati cattolici, degli enti ecclesiastici, dei vescovi.

I poteri episcopali

Vi era poi la rete dei poteri episcopali dislocati sul territorio. Il vescovo risiedeva in città, nella cattedrale, era interprete della parola divina e dal punto di vista sociale la sua posizione era simile a quella dei signori locali: amministrava le terre, esercitava la giustizia, esigeva le imposte, ma il suo patrimonio, grazie al celibato, non veniva dissipato, ma tornava alla Chiesa.

Simonia e concubinato

La chiesa era indebolita però soprattutto dal fenomeno della simonia, ovvero la vendita delle cariche ecclesiastiche. Infatti, visto che la carica di vescovo o abate comportavano il godimento di una rendita si diffuse la pratica di acquistare queste cariche. Solo per far fruttare la carica, ovvero far rientrare i soldi spesi, si faceva pagare ai fedeli la somministrazione dei sacramenti, le funzioni, le indulgenze per i defunti (l’assoluzione peccati) ecc. a ciò si aggiungeva il concubinato ecclesiastico, ovvero la stabile convivenza di prelati con donne, in violazione alla norma sul celibato, introdotto per non dividere e disperdere il patrimonio ecclesiastico.

I movimenti per un rinnovamento dal basso della chiesa

La spinta al rinnovamento della vita religiosa sorge come risposta alle proteste dei ceti subalterni, che si battevano per il ritorno allo spirito originario del cristianesimo quale religione degli oppressi. Quindi pretendevano la netta separazione della ecclesia (la comunità dei fedeli) dalla struttura del potere feudale, cui garantiva l’egemonia. Nelle città, in lotta con il feudalesimo, si sviluppano forti movimenti condannati come ereticali dagli aristocratici che controllavano le gerarchie ecclesiastiche. Ad esempio a Milano nasce la Pataria che perseguita il clero indegno e che ha il mito del pauperismo e della chiesa delle origini.

Cluniacensi e Cistercensi

A ciò rispondono le prime voci di riforma interna, nel X secolo nella Borgogna, intorno al monastero di Cluny si propone il ritorno alla regola benedettina, accentuando la vita ascetica. Si accresce così il numero di monaci-preti (prima le due funzioni erano distinte) che si dedicano all’attività pastorale diventando una sorta di milizia sacra. Ai monasteri cluniacensi, insufficienti a placare le proteste popolari e cittadine si aggiungeranno i monasteri cistercensi, che accentuano l’importanza del lavoro manuale. Questi ultimi sviluppano la lotta alla simonia, alla corruzione della chiesa e all’anarchia e alla violenza della società feudale e condannano il potere e le ricchezze accumulate dai cluniacensi (che sfruttavano spesso i contadini intorno al monastero e avevano una struttura centralistica guidata da un unico abate).

L’impero della nazione germanica

Dopo la crisi dell’impero carolingio, emergono in Germania ducati (su base tribale), ma si rimpiange l’impero. Enrico l’uccellatore, che nel 933 arresta gli ungari, è eletto dai Grandi re di Germania. Il figlio Ottone sale al trono a 24 anni: rompe l’alleanza con la grande feudalità e si avvicina all’alto clero, al quale aumenta il potere temporale: rendendone gli esponenti veri e propri signori feudali: i vescovi-conti. Ottone non li nomina direttamente, ma poi spetta a lui investirli del potere tanto religioso quanto temporale (in questo modo esercita una reale azione di governo sulla chiesa tedesca, tra l’altro con la morte del vescovo il beneficio torna al sovrano). 

Il Privilegium Othonis e la fallita conquista dell’Italia meridionale

Interessato a restaurare l’impero, Ottone scende in Italia e cinge la corona del regno d’Italia a Pavia (nel nord Italia è costretto a fronteggiare le irrequietezze dei comuni che rivendicano la loro autonomia e libertà), poi nel 962 si fa incoronare dal diciassettenne papa Giovanni XII imperatore e impone il Privilegium Othonis, cioè si arroga il diritto di intervenire nell’elezione pontificia, con ciò pone le basi del conflitto tra papato e impero. L’impero (Sacro romano impero) rinasce mutilato dall’area franca e si estende fino agli Appennini, sopravviverà fino al 1806, quando sarà spazzato via da Napoleone Bonaparte. Ottone era interessato al mezzogiorno d’Italia dove erano presenti ducati ex longobardi e l’impero di Bisanzio, ma la sua conquista si rivela irrealizzabile, anche per i suoi successori, innanzitutto Ottone II (sconfitto a Stilo nel 982) e Ottone III travolto poco dopo la proclamazione a imperatore (996) da una sommossa della plebe romana.

08/09/2023 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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