Losurdo, i diritti formali e i liberali

Losurdo denuncia come non ci sia una corrispondenza necessaria tra la tradizione liberale borghese e il rispetto della dignità dell’uomo. Così, uno dei padri nobili del liberalismo, J. Locke metteva sullo stesso piano schiavi e cavalli, entrambi acquistabili attraverso un contratto di compravendita.


Losurdo, i diritti formali e i liberali

Differentemente da quanto pensa Louis Althusser, secondo Domenico Losurdo centrale in tutto il pensiero di Marx è la “denuncia dell’antiumanismo del sistema capitalistico” [1]. In tal modo si può affermare la sostanziale continuità del pensiero del giovane e del Marx maturo e non si può parlare perciò, come fa Althusser, di una rottura epistemologica fra la riflessione antecedente a L’ideologia tedesca e quella posteriore. Marx paragona la schiavitù moderna a quella antica e la schiavitù salariata a quella coloniale, è evidente la condanna del processo di deumanizzazione che caratterizza il sistema capitalistico. L’analisi scientifica si intreccia in Marx con la condanna morale di tutti quei processi che nel capitalismo schiavizzano, sfruttano, rendono l’uomo una macchina o una bestia da soma. Senza la condanna morale, continua Losurdo, non sarebbe possibile “l’appello alla rivoluzione”: “per fedele e impietosa che sia, la descrizione della società esistente non può di per sé stimolare l’azione per il suo rovesciamento, se non c’è la mediazione della condanna morale; e tale condanna morale risuona tanto più forte, per il fatto che l’ordinamento politico-sociale analizzato e messo in stato d’accusa risulta responsabile non solo e non tanto di singole ingiustizie ma del disconoscimento della dignità umana per un’intera classe sociale e per i popoli coloniali nel loro complesso, in ultima analisi per la grande maggioranza dell’umanità” [2]. Questo richiamo all’importanza della morale per Marx sottintende necessariamente il richiamo a una critica dell’esistente in nome del dover essere. Tale richiamo, indispensabile per una critica rivoluzionaria dell’esistente, appare talvolta sottovalutato dalla interpretazione di Losurdo tutta tesa a sottolineare la continuità con lo Hegel critico della saccenteria del dover essere.

Da parte sua, Althusser ha le sue ragioni, “sono gli anni in cui la bandiera dell’«umanesimo» viene agitata per mettere la sordina alla lotta contro l’imperialismo; è iniziato il processo che più tardi condurrà alla capitolazione di Gorbaciov” [3]. La bandiera dell’umanesimo portava a nascondere i conflitti e la sua critica, da parte di Althusser, porta con sé la denuncia delle posizioni riformiste e revisioniste che si stavano diffondendo in quegli anni [4]. Così, se da una parte ha ragione Althusser nel pensare che “l’appello alla comune umanità” [5] può mettere in sordina la lotta di classe, ciò, però, è ancor più vero se si fa appello al solo rigore scientifico. Tra l’altro, rifiutando l’umanesimo in quanto borghese, il filosofo francese usa gli stessi argomenti di Ernst Bloch: cioè rimprovera la società borghese di propugnare un’uguaglianza soltanto formale, sottacendo le disuguaglianze sia formali, sia reali proprie del sistema capitalistico. In poche parole, anche in questo caso, si assegna il primato dell’umanesimo alla tradizione liberale borghese.

Losurdo, invece, mostra come non c’è una corrispondenza necessaria tra la tradizione liberale borghese e il rispetto della dignità dell’uomo. Così, uno dei padri nobili del liberalismo, J. Locke mette sullo stesso piano schiavi e cavalli, entrambi acquistabili attraverso un contratto di compravendita. J. S. Mill, considerato il padre della liberal-democrazia, ritiene i popoli coloniali appena superiori agli animali, mentre E. Burke considera braccianti e lavoratori salariati “sotto la categoria di instrumentum vocale e dunque, seguendo una ripartizione classica, li colloca tra gli strumenti di lavoro assieme al bue (l’instrumentum semivocale) e all’aratro (l’instrumentum muto)” [6]. Anche Sieyès considera la gran parte degli uomini “macchine da lavoro” o “strumenti bipedi”, negandogli di fatto la qualifica di uomo; mentre Constant assimila i non-proprietari, al fine di negargli i diritti politici, a dei fanciulli destinati a rimanere per sempre minorenni. Infine, non è grazie alla tradizione liberale che si avvia il processo di emancipazione dei popoli coloniali e di origine coloniale. L’abolizione della schiavitù nelle colonie inglesi è frutto dell’influenza della rivoluzione nera di Santo Domingo guidata da Toussaint Louverture del 1791, tra l’altro decisiva nello spingere “su posizioni abolizioniste il movimento indipendentista dell’America latina” [7] nei primi decenni dell’Ottocento. La rivoluzione di Santo Domingo, che ha portato alla nascita del primo Stato nero indipendente al mondo, è stata sempre guardata con orrore e sospetto dai liberali. Anche la cancellazione della schiavitù negli Stati Uniti non è avvenuta in maniera pacifica: gli abolizionisti sono accusati di essere influenzati dalle idee giacobine e la schiavitù “viene abolita solo in seguito ad una guerra sanguinosa e alla successiva dittatura militare imposta dall’Unione a carico degli Stati secessionisti e schiavisti” [8]. Questo periodo di emancipazione si interrompe però quasi subito, alla fine dell’Ottocento si apre, infatti, un nuovo periodo all’insegna della supremazia bianca. Basti pensare al presidente statunitense Theodore Roosevelt che lancia un monito alle “razze inferiori”: “se una di esse dovesse aggredire la razza «superiore» (superior) questa sarebbe autorizzata a reagire con una «guerra di sterminio» (a war of extermination), chiamata a «mettere a morte uomini, donne e bambini, esattamente come se si trattasse di una Crociata»” [9]. Del resto, questi sono gli anni in cui si compirà il genocidio degli indiani d’America. Le cose non vanno meglio tra le potenze imperialiste europee. Se alla vigilia della Prima guerra mondiale, migliorano le condizioni dei servi della metropoli, grazie a lunghe e difficili lotte, ciò comporta, di contro, un peggioramento delle condizioni di vita dei popoli soggetti al giogo coloniale. Losurdo ricorda come, ancora a fine Ottocento, i francesi a Shangai esponessero cartelli con su scritto “vietato l’ingresso ai cani e ai cinesi” e come ancora nel 1919, in India, il governo inglese accostasse gli indiani ad animali domestici, in quanto per punirli li costringeva a camminare a quattro zampe. “È solo nel 1920”, sottolinea Losurdo “dopo la prima guerra mondiale e la rivoluzione d’Ottobre, che si conclude definitivamente il capitolo di storia dei coolies, sull’onda di un movimento di lotta anticoloniale che non intende più tollerare «lo stigma dell’ilotismo» impresso da questo istituto sull’«intera razza indiana»” [10]. Ritornando agli Stati uniti, Losurdo osserva che, all’inizio degli anni ’50 del Novecento, il governo americano si rende conto che il perpetuarsi della discriminazione razziale porta acqua alla “propaganda comunista” e può spingere le altre nazioni a nutrire dubbi sulla fede democratica degli Stati Uniti. Inoltre, insistendo sulla discriminazione razziale, i neri perdono fiducia nelle istituzioni americane e abbracciano la causa rivoluzionaria. Scrive Losurdo in Controstoria del liberalismo: “a ben guardare, a mettere in crisi prima la schiavitù e poi il regime terroristico di supremazia bianca sono rispettivamente la rivolta di Santo Domingo e la rivoluzione di Ottobre. L’affermazione di un essenziale principio, se non del liberalismo, comunque della democrazia liberale (nel senso odierno del termine) non può essere pensato senza il contributo decisivo dei due capitoli di storia maggiormente odiati dalla cultura liberale del tempo” [11].

Per comprendere la democrazia moderna non dobbiamo quindi rivolgerci alla tradizione liberale, ma a quella democratico-socialista. Tale tradizione, grazie alle sue idee e alle sue lotte nel corso della storia, ha il merito “di aver contribuito in modo decisivo all’elaborazione del concetto universale di uomo” [12].

 

Note:

[1] Losurdo, Domenico, Come nacque e morì il “marxismo occidentale”, in a cura di Cingoli, M., e Morfino, V., Aspetti del pensiero di Marx e delle interpretazioni successive, Edizioni Unicopli, Milano 2011, pp. 395-418, p. 400.

[2] Id., La lotta di classe. Una storia politica e filosofica, Laterza, Bari 2013, p. 90.

[3] Id., Come nacque…, op. cit., p.  401.

[4] Riguardo tale tema cfr. Althusser, L., Balibar, E., Lire le Capital [1968], trad. it., Id., Leggere il Capitale, Mimesis Edizioni, Milano 2006, p. 149.

[5] Ibidem.

[6] Losurdo, D., Marx e il bilancio storico del novecento, La scuola di Pitagora editrice, Roma 2009, p. 39.

[7] Id., Controstoria del liberalismo, Laterza, Bari 2005, p. 157.

[8] Id., Marx e il bilancio…, op. cit., p. 78.

[9] Id., Controstoria …, op. cit., p.  327.

[10] Ivi, p. 326.

[11] Ivi, p. 338.

[12] Id., Marx e il bilancio…, op. cit., p. 38.

15/07/2023 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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